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MISSIONE: VELA IN SOLITARIO
BOLINA – febbraio 2004
Iniziata
casualmente a causa dello sbarco del compagno di viaggio, di navigazione da
soli è diventata un'autentica passione
MISSIONE: VELA IN SOLITARIO
Pietro
Fresi, 59 anni, nativo di Sedini (Sassari), è un grande appassionato di
discipline nautiche. Diplomato al Nautico è istruttore in una propria scuola di
vela, Zenit, di Porto Torres, dove vive. Nel 1997 attraversò in solitario
l'Atlantico su “American Express”, un Mini 6,50. fu la sua prima navigazione
oceanica che compì fuori regata, seppure in concomitanza con i concorrenti
della Mini Transat. L'altra sua impresa è del 2003, quando nel mese di marzo
lasciò Porto Torres in solitario su uno scafo in acciaio di undici metri,
“Autoprestige”, con un originario quanto semplice programma: attraversare
l'Atlantico, doppiare una boa al largo dell'isola di Barbados e fare ritorno a
Porto Torres. Senza scalo. Fresi, che appartiene alla categoria di marinai che
prediligono l'altomare agli scali, racconta in questo articolo la sua prima navigazione.
Avvenne nel 1971 quando acquistò la sua prima barca, un Corsaire di
NELLA PRIMAVERA DEL 1971 avevo acquistato per circa 700.000 lire, a Marina
di Pisa, un Corsaire, privo di motore. Per fare la traversata verso Porto
Torres avevo convinto un amico ad accompagnarmi.
Sono
diplomato al Nautico e avrei desiderato navigare. Ma per una leggera miopia ciò
non fu possibile. Ce l'avevo con lo Stato Italiano per le sue leggi, proprio
perchè queste no mi avevano consentito di esaudire la mia più grande
aspirazione. Queste cose mi rodevano il cervello e quando raggranellai la cifra
per acquistare l'imbarcazione lasciai anche il lavoro.
Non
vedevo l'ora di solcare i mari. In quei tempi non era comune fare traversate
dal Continente alla Sardegna con una piccola barca a vela per di più priva di
motore.
Comunque,
convinto l'amico Lievo, partimmo dall'Arno in una bella mattina di sole. Come
strumentazione avevo una piccola bussola acquistata al mercatino di Livorno e
un binocolo rimediato sempre in quel bazar; avevo un Portolano, le carte
nautiche della costa Tirrenica, dell'Isola d'Elba e la parte Est della Corsica,
nonchè quella del Nord Sardegna e il dettaglio delle Bocche di Bonifacio.
Come
prima tappa ci fermammo a Castiglioncello; ricordo che eravamo davanti alla
spiaggia di quel luogo fermi in mancanza di vento, e che ci venne incontro un
signore con un barchino a remi. Ci disse che faceva parte di un circolo nautico
e che potevamo pernottare al loro pontile. Il giorno dopo ci dirigemmo a sud
navigando sotto costa.
Alla
sera ci fermammo nella baia di Baratti, all'ancora. Un signore ci diede un
passaggio a terra con un barchino, quindi andammo in un ristorante proprio a
ridosso della baia. Ci trattavano molto bene.
La
mattina dopo tracciai la rotta su Marciana Marina dove arrivammo senza errore.
Ormeggiammo sotto la torre. Il giorno dopo decidemmo di fare la traversata per
Scalo a Marcinaggio. Una volta raggiunta la costa il mio compagno
manifestò l'intenzione di fermarsi in un punto qualsiasi, cosa per me
impensabile. Ma dando uno sguardo alla carta nautica notai che più a nord di
Bastia, a
Il
vento accompagnato da forti raffiche ci colpiva al traverso e durante il rollio
il boma sfiorava l'acqua. Dopo alcune ore di tormentata navigazione, non solo
dovuta alla situazione meteo ma anche al buio pesto della notte che non ci
permetteva di seguire i contorni della costa col pericolo di finirci sopra,
intravvidi un fanale rosso che sapevo dover lasciare a sinistra. Modificai la
rotta per entrare in porto ma il forte vento di prua con le luci del paese che
facevano da sfondo creando un unico bagliore, mi convinse a non andare oltre
quella direzione. Solo con l'ausilio di un buon motore ci si poteva
avventurare. Poichè la baia era abbastanza e con fondali di sabbia, decisi di
dirigermi perpendicolarmente alla cosa per poi dare fondo all'ancora. Così
feci, ma il tutto fu eseguito a intuito per via del buio. All'improvviso mi
resi conto che la chiglia toccava il fondo. Con l'amico decisi di portarci più
in mezzo alla baia con i remi; non vedevo altra soluzione. Ci fu una
discussione e per quanto mi sforzassi di fare capire le mie intenzioni, costui
non si scomodò. Ormai era salvo, pensai, e nella peggiore delle ipotesi si
sarebbe fatto un bagno. Capii che ero rimasto solo e che al mio compagno non
gli sarebbe importato granchè se la barca fosse andata a fondo. Se ne stesse in
cuccetta senz'altro sveglio e pronto al peggio, mentre io per tutta la notte
non feci altro che seguire istante per istante la situazione. Sentivo che la
chiglia batteva sul fondo. Era una sofferenza sia per me che per la barca e il
pericolo di perderla era un fatto reale. Non chiusi occhio per tutta la notte.
Comunque la fortuna volle che l'ancora tenne bene e pensai che la chiglia non
avesse subito troppi danni, dato il fondo sabbioso. Arrivò l'alba, il mare e il
vento erano calati un pò. Con la luce del giorno potei rendermi conto che
l'ingresso del porticciolo era davvero stretto e che ciò che avevo deciso la
sera prima era stata la soluzione migliore. Anche di giorno sarebbe stato
difficile entrare con quelle condizioni di mare e di vento e la situazione
attuale non permetteva di mettere vela, in quanto con i fondali già bassi
sarebbe bastata una manovra sbagliata per finire sulla spiaggia. Decisi di
attendere. Infatti non tardò molto che ci vide un operaio di draga che si
trovava all'interno del porto. Non passarono dieci minuti che dal porto uscì
una bella barca azzurra condotta da un giovane pescatore. Si avvicinò con
cautela e quando fu a circa
Rassettammo
la barca, alla quale mi sentivo sempre più affezionato. La notte avevo
sofferto, ora me la sentivo sotto i piedi più solida che mai. Non mi aveva
tradito, aveva superato la prova del mare e così mi congratulai anche con me
stesso. Avevo preso una decisione da vero esperto e tutto ciò che la tecnica
marinaresca richiedeva era stato applicato. Dormii per tutta la mattina. Verso
le 13,00 col mio compagno scendemmo a terra. Incontrammo un gruppo di uomini
con i quali chiacchierammo un pò. Rimasero alquanto impressionati per la nostra
avventura e davano ogni tanto uno sguardo alla barca che da lontano appariva
ancora più piccola. Parlavano del Continente italiano come una terra lontana e
dicevano nel loro dialetto che avevamo avuto coraggio.
Ci
congedammo da costoro per recarci in un bar a comprare delle sigarette. I soldi
stavano iniziando a scarseggiare e non sapevo cosa avremmo fatto se il bruto
tempo fosse perdurato a lungo. Il padrone del bar era di origine toscana e
possedeva anche la trattoria vicina. Ci invitò ad andare a mangiare, dicendo
che ci avrebbe fatto un bel piatto di zuppa di pesce. Era un uomo sui
settant'anni. Dal suo modo di parlare quasi paterno credetti che ci stesse
invitando a pranzo. Anche se i soldi stavano mancando non resistemmo a quelle
lusinghe ed entrammo nel locale. Fummo serviti e mangiammo bene. Non fummo così
contenti per il conto che fu alquanto salato e che contribuì a far diminuire le
nostre casse di bordo.
Nel
pomeriggio ebbi una discussione con il mio compagno di barca, il quale criticò
il mio operato della sera precedente. Cercai di spiegargli quali erano state le
mie intenzioni, ma pur usando tutta la mia pazienza non riuscii a convincerlo.
Dopo quella esperienza cominciavo a capire che un viaggio per mare, seppure
breve e su una piccola barca, può compromettere la stima reciproca tra due
amici. Credo che la causa sia da imputarsi alle abitudini quotidiane di
ciascuno, con l'aggiunta che a bordo si è costretti a vivere a tu per tu, a
dividere pochi metri quadrati di spazio.
Solo in barca. Non mancò molto che il mio compagno cominciò a
manifestare ciò che avevo intuito, ossia il proposito di abbandonare il
viaggio. Il giorno dopo Lievo decise di lasciare la barca. Ci salutammo e mi
raccomandai affinchè si interessasse per farmi spedire dei soldi dai miei
familiari.
Non
mi persi d'animo. Non avevo mai governato una barca da solo e quella sarebbe
stata per me un'occasione per diventare un buon marinaio. Sarei stato
finalmente il padrone delle mie azioni e nessuno avrebbe criticato il mio modo
di condurre la barca.
Non
mi preoccupava tanto navigare in solitario quanto la mancanza di denaro, anche
perchè il tempo brutto non accennava a migliorare. Da quel momento iniziai a
diminuire notevolmente la mia razione quotidiana di cibo. Mangiavo pochissimo,
solo un pò di frutta durante il giorno e una compressa di vitamina C alla sera.
Mi era rimasta qualche scatoletta di sardine e un barattolo di marmellata. Ero
proprio messo male. Intanto arrivò la prima domenica dopo una settimana che ero
in viaggio. Quel giorno il vento aumentò ancora d'intensità e fui costretto a
cambiare ormeggio con l'aiuto di una motobarca.
Mi
trovavo a ridosso della draga che quel giorno non avrebbe operato e stavo
veramente bene. Anche se mangiavo poco non sentivo il disagio: cercavo di
sprecare poche energie e per passare il tempo andavo spesso al bar a
chiacchierare con il proprietario.
Intanto
il tempo era sempre pessimo, i bollettini informavano che l'Italia era
interessata da un'area ciclonica con venti fortissimi di Sud-Est e mare otto. I
giorni passavano nell'attesa dei soldi, ma niente. Dato che il tempo iniziò a
migliorare pensai di partire diretto a Bastia. Avevo trascorso più di una
settimana a Macinaggio. Il tempo era magnifico ma privo di vento: se avessi
avuto un benedetto motore, pensai. La costa alta e ricca di vegetazione era
stupenda. I monti di più di mille metri creavano uno scenario meraviglioso.
Ogni tanto le vele si afflosciavano e ciò mi innervosiva. Qualche miglio prima
di Capo Sagro incrociai una barca da diporto che spinta da un motorino
fuoribordo navigava molto vicino alla costa diretta a Nord. Ci salutammo
agitando la mano. Dopo Capo Sagro cominciai a intravedere Bastia ma il vento
era calato. Ero da una decina di ore in mare e avevo compiuto appena dieci
miglia.
Incontro con i delfini. Fu verso le 17,00 che sentii vicino alla barca uno
strano muggito simile al respiro di una persona. Guardai davanti alla prua e
vidi un grosso delfino che veniva verso di me. Dietro ne vidi altri che
saltavano dolcemente. Mi passarono a una decina di metri disposti a circolo,
erano tanti e ben presto scomparvero a Nord. I delfini mi avevano offerto uno
spettacolo che tutt'ora ricordo con piacere. Pian piano arrivai davanti al
porto di Bastia. Era calato da poco il sole. Armai i remi e con un pò di buona
volontà riuscii a entrare. Ormeggia nel porto vecchio sotto un grande
riflettore.
Mentre
manovravo ruppi gli occhiali da vista che avevo posato distrattamente sulla
tuga. Pazienza, pensai, in seguito mi sarei aiutato con il binocolo, anche se
era seccante non distinguere bene la costa se non con l'uso del binocolo. La
mattina mentre facevo pulizie a bordo, trovai sotto il pagliolo una decina di
franchi. Scesi a terra e acquistai al mercato un pò di frutta, un filone di
pane, biscotti e caramelle. Nel pomeriggio conobbi un gruppo di ragazzi che
studiava alla scuola marinara e che avevano le barche dell'Istituto vicino alla
mia. Mi chiesero un sacco di cose e anche loro speravano un giorno di comprare
una barca. L'indomani decisi di raggiungere di raggiungere Marina di Prunette
(Campoloro) distante
Per
due ore cercai di sfruttare ogni bava di vento ma fino alle 09,00 i risultati
furono deprimenti. Bastia rimaneva sempre al traverso. Verso le dieci giudicai
di essere sufficientemente al largo per dirigere verso Sud. Una leggera brezza
spirava da Est e sembrava destinata ad aumentare.
Viaggiavo
a circa quattro nodi con mare leggermente mosso e vanto abbastanza teso, ma non
troppo da rendere impegnativo il governo della barca. Non potevo comunque
abbandonare la barra. La barca era troppo leggera e non me lo permetteva.
Quando ero costretto a farlo, perchè volevo prendere qualcosa all'interno, mi
trasformavo in uno scoiattolo tanto ero veloce. In seguito imparai ad avere
tutto sotto mano nel pozzetto: la carta nautica della zona, il binocolo, la
radio, il compasso, l'acqua e qualche cibaria. Ci sarebbe stata anche la
soluzione della cappa, cioè fiocco a collo, randa leggermente bordata sul piano
longitudinale e barra sottovento, cosa che ebbi modo di provare in seguito e
che funzionò a dovere. Ma per il momento non potevo eseguire ogni volta quella
operazione. Preferivo rimanere di continuo al timone approfittando del vento
buono e macinare miglia. Era una navigazione splendida, cantavo delle
canzonette che inventavo lì per lì, ero spensierato anche se tante cose non andavano
per il verso giusto. Mi meravigliava una cosa in particolare: mangiavo
pochissimo ma mi sentivo fisicamente bene. La costa era monotona e bassa. Solo
all'altezza del porticciolo risaliva, così non mi fu difficile individuare il
porto. Il frangiflutti visto dal mare era molto basso e i massi davano
l'impressione ingannevole di posarsi direttamente sulla spiaggia. Entrai a vela
nell'imboccatura. Temevo che il fondale in qualche punto fosse basso, non
vedevo neanche una barca, solo una grossa draga.
Notai
dopo un pò un signore venire verso di me e a voce alta, in inglese, disse che
potevo ormeggiare dove desideravo. Vidi una specie di box sulla dritta e, non
potendoci entrare direttamente a vela perchè il vento non era abbastanza teso,
diedi fondo l'ancora e ammainai il fiocco e la randa.
Mollai
tutta la cime dell'ancora e con i remi entrai di poppa nel box. Il signore mi
aiutò a ormeggiare e mi chiese da dove venissi. Appresi che ero il primo a
entrare in quel porto che sarebbe entrato ufficialmente in funzione a giorni.
Il
mattino del giorno dopo incontrai diversi sardi che lavoravano in Corsica.
Quella sera mangiai un paio di arance e un pezzo di pane. Pensai che quello che
mi stava mantenendo in piedi era la compressa di vitamina C che prendevo ogni
sera, ma ormai pure queste erano alla fine. Prima di sdraiarmi in cuccetta
diedi uno sguardo alla carta per la tappa successiva. Il luogo più vicino dove
c'era possibilità di ormeggio era Solenzara, alla foce del fiume omonimo. Il
portolano lo descriveva come un rifugio di fortuna e diceva che era uno scalo
difficoltoso.
Solenzara
distava da Campoloro circa
Freddo, fatica, sonno... Quella navigazione l'avevo voluta io e ora mi
trovavo di fronte alla realtà. Nel mio piccolo viaggio provavo tutto ciò che
vive un navigatore. Per prima cosa la solitudine. Oltre alla solitudine provavo
tutti i disagi che la vita a bordo di una piccola barca comporta: fatica,
freddo, sonno. Queste considerazioni le facevo soprattutto nelle navigazioni
lente, ma quando c'era vento pensavo solo a governare la barca e a sfruttare al
meglio la situazione. Verso le 16,00 vidi arrivare da Sud una nuvolaglia scura.
Poco dopo arrivò un'acquazzone con i fiocchi. La costa abbastanza vicina ben
presto scomparve, come se fosse notte. Insieme all'acqua venne anche il vento e
quando fui costretto a uscire allo scoperto perchè le vele sbattevano e
rischiavo di traversarmi, mi infradiciai completamente. Il vento veniva da
ponente con leggera tendenza da maestro.
Nel
frattempo avevo indossato abiti asciutti e legai alla barra un'asta di legno
per governare dall'interno. Il vento dopo un pò aumentò e si stabilì da
Nord-Ovest. Intanto giunse la notte e non pensai minimamente di avvicinarmi a
terra in cerca di Solenzara. Non mi rimaneva che proseguire. Il piovasco non era
cessato del tutto ma governare dall'interno era diventato sempre più snervante,
per cui legai la barra al centro con una cima, facendo in modo che avesse un
certo gioco, e mi rifugiai in cabina sperando che la barca se la cavasse da
sola. Mentre ascoltavo la radio mi resi conto che la randa non andava. La
sentivo sbattere sulle sartie e ancora una volta dovetti uscire a controllare
la situazione. Il vento era aumentato considerevolmente e con questo il moto
ondoso. Scoprii che la scotta della randa si era sfilata dal bozzello del boma.
Con un pò di fatica riuscii a rimetterla a posto, dopo presi un'altra mano di
terzaroli , nuovamente bagnato da capo a piedi, rientrai in cabina. La barca
era invasa dall'acqua. Ogni tanto mettevo la testa fuori per dare un'occhiata
alla bussola e intorno alla barca in modo che se nelle vicinanze ci fosse stata
qualche nave avrei potuto segnalare la mia presenza per mezzo delle due torce
che avevo a bordo.
Il
timone lavorava da solo ma mi rendevo conto che non stavamo andando a Sud ma
quasi a Sud-Est con mure a dritta e pensavo che con quel vento abbastanza
sostenuto dopo qualche ora di navigazione mi sarei trovato un pò troppo lontano
dalla costa.
Mi
era rimasta qualche caramella, un paio di compresse di vitamina C, un barattolo
di marmellata dallo strano colore e sapore, un pezzo di pane duro. Avevo anche
una bottiglia di essenza di limone che mischiata all'acqua formava una buona
bevanda. Ogni volta che la bevevo mi sentivo risollevato. Pensavo alla strana
situazione in cui mi trovavo.
Se
lo avessi desiderato tutto sarebbe finito lì, bastava far scalo da qualche
parte e raccontare la propria situazione per ricevere aiuto. Mi rendevo conto
che in fin dei conti la mia avventura di mare paragonata a quella dei
navigatori oceanici era meschina, mi sentivo ridicolo perchè tutto quello che
mi stava succedendo si svolgeva a venti miglia dalla costa, ma mi divertivo e
vivevo come in un sogno.
Riuscivo
di tanto in tanto ad appisolarmi ma mi rendevo conto che un occhio era sempre
vigile. Pericolo di finire sotto costa non c'era ma la mancanza di un minimo di
strumentazione mi costringeva a fare una navigazione grossolana. Mi sarebbe
bastato un contamiglia. Quando iniziò ad albeggiare, guardando verso Ovest non
s'intravedeva terra. Il mare era agitato e il vento veniva sempre da
Nord-Ovest. Attesi che sorgesse il sole per potermi scaldare e asciugare gli
abiti. Cambiai rotta per dirigermi verso Sud. Giudicai di essere a circa trenta
miglia dalla costa. Mi misi al timone deciso ad arrivare al più presto a terra.
Verso le ore 09,00 notai che da Sud arrivavano veloci dei cirri e sembrava che
il tempo peggiorasse ulteriormente. Il cavo delle onde divenne presto più
ripido e il vento saltò a Sud-Est rinforzando. Sostituii il fiocco medio con il
più piccolo. Le raffiche si susseguivano una dopo l'altra. Dovevo essere
concentrato al massimo per non traversarmi. Quando ero sulla cresta dell'onda
cercavo di restarci il più possibile e spesso riuscivo a planare, per poi
venire alla poggia quando scendevo nel cavo. La barca si comportava benone e io
cercavo di stringere i denti. Alle ore
13,00 erano già sette ore che stavo navigando verso terra ma di questa neanche
l'ombra. Stimai che l'intensità del mare era 5 ed era un susseguirsi di un
cirro sulla testa. Ormai i cirri erano i miei campanelli d'allarme e dentro di
me pregavo che il mare non peggiorasse ulteriormente. Avevo già trascorso un
giorno e una notte di navigazione, senza dormire e quasi senza mangiare.
Iniziai a scorgere la terra verso le 15,30. il mio vitto giornaliero ormai
consisteva in un pò di sciroppo di limone con acqua che bevevo una volta al
mattino e uno alla sera. Avevo sempre il barattolo di marmellata, ma non
riuscivo ad ingoiarne neanche un pò. Forse mi sarebbe servita in caso di
estrema necessità. Infatti mi guardai bene dal buttarla. Intanto arrivarono le
ore 14,00 e niente terra in vista. I mare doveva aver raggiunto il massimo
della forza, credo tra il 5 e il 6 della
scala Beaufort. A un certo punto mi si annebbiò la vista e credetti di svenire.
Ma mi scossi subito e tenni duro. Sarebbe stata la fine per me e la mia
barchetta. Per qualche ora cercai di dirigermi perpendicolarmente alla costa,
poi verso Sud dove avevo avvistato a cinque o sei miglia una larga insenatura
con qualche abitazione. Il mare a poche miglia dalla costa non era duro come al
largo e il vento arrivava da terra smorzato d'intensità. Ben presto assistetti
a una scena mai vista. Aerei militai a forma altamente aerodinamica spuntavano
dal cuore di un bosco, proprio di fronte a dove stavo dirigendomi. Volavano ad
altissima velocità in direzione Sud e dopo essere scomparsi ricomparivano nel
giro di nemmeno un minuto per tornare dietro quel mucchio di alberi. Il rumore
era assordante, mi sembrava di assistere a un film.
Consultai
il portolano e venni a sapere che in
quel tratto di mare, da un paio di miglia Sud di Solenzara fino alle
isole Cerbicales, di fronte a Porto Vecchio, la navigazione era interdetta
perchè zona riservata alle esercitazioni militari francesi. Non avevo sentito
alla radio nessun avviso ai naviganti riguardo a esercitazioni e speravo
proprio che quel giorno non ci fosse niente del genere. Temevo di essere
scambiato per una spia ed essere denunciato. Ormai non mi rimaneva che
proseguire in quella direzione fino alla larga baia dove diedi fondo in tre
metri d'acqua. Intanto, anche se il vento era sceso considerevolmente, il mare
era ancora agitato. Appena entrai in cabina avvertii il mal di mare e dovetti
stendermi per mezz'ora. Dopo sgottai l'acqua che c'era sotto il pagliolo,
quindi mi preparai un buon bicchiere di sciroppo al limone, buttai giù l'ultima
compressa di vitamina C e un pezzo di pane che masticai con un certo sforzo in
quanto era amaro. Ero molto stanco e mi addormentai come un sasso. Scoprii in
seguito che quella dove ero ormeggiato era la baia di Favone, a
La
mia intenzione era di raggiungere Santa Teresa di Gallura distante
Avevo
percorso appena sette miglia e cominciavo a sentirmi nervoso, perchè pensavo
che con un motorino ausiliario sarei già approdato in Sardegna. Mi
tranquillizzai un pò solo quando arrivai davanti il golfo di Porto Vecchio.
Ormai stava calando la notte e il faro del porto iniziò a lampeggiare. Accostai
circa 25 gradi a sinistra, in modo da allontanarmi dalla costa e lasciarmi le
Cerbicales a dritta. Il vento spirò ben presto da Nord-Ovest con intensità
moderata e il mare formò le prime creste. Ero a circa venti miglia dalle Bocche
di Bonifacio.
Abbattere l'albero. Verso le ore 22,00 sostituii il fiocco medio con il
piccolo e presi una mano di terzaroli. Il vento era rinforzato e andavo a
quattro nodi abbondanti. A bordo regnava il caos, sia nel pozzetto che
all'interno. La barca a momenti riusciva a governarsi da sola. Per tre ora mi
fece compagnia il faro di Punta Chiappa. Nel frattempo il vento e il mare si
smorzarono. Dopo aver sciolto i matafioni alla randa e mentre mi accingevo a
tirala su, la drizza si sfilò e fini in
testa d'albero. Mi resi conto che ero in un brutto guaio e senza perdere tempo
mi arrampicai non senza fatica sull'albero. L'umidità lo rendeva viscido,
riuscii a mantenermi alle crocette e ad afferrare la parte della drizza che
penzolava. Cercai con tutte le forze di tirarla giù ma invano: probabilmente
era saltata giù dalla gola della puleggia. Sfilai allora la randa e la buttai
in cabina. Cercai di servirmi del fiocco medio a mò di randa mentre a prua
lascia il fiocco piccolo. Riuscivo a tenere la prua sui 180-190 gradi e con un
pò di fortuna sarei finito a Olbia. Vidi a un certo punto le luci di un faro,
credo di Lavezzi. La notte era buia e temevo di andare a finire su qualche
scoglio dell'arcipelago, per cui mi accovacciai a prua pronto a scattare al
minimo pericolo.
Arrivò
l'alba, con un bel sole e mare calmo. Il vento era a regime di brezza
proveniente da terra e reputai che durante la notte una corrente aveva
contribuito ad allontanarmi dalla costa. Presi la decisione di abbattere
l'albero, il tempo era buono e con qualche ora avrei risolto tutto. La base
dell'albero poggiava sulla tuga all'interno di una scassa d'acciaio
attraversata da un perno. Mentre eseguivo l'operazione di mollare lo strallo di
prua, apparve una piccola nave. Dirigeva su di me e quando fu a portata di voce
mi chiesero se desideravo un aiuto. Mi trovavo in una zona a rischio e data la
mia situazione precaria ritenni opportuno approfittare di quel soccorso. Lo
feci soprattutto per i miei familiari che mi sapevano in mare e non avevano
notizie da un bel pezzo. Una volta sistemato il cavo di rimorchio don l'aiuto
di un marinaio fissai la barra del timone al centro e salii a bordo. Ebbi
un'ottima assistenza, mi diedero vestiti asciutti e soprattutto da mangiare,
cosa che feci con cautela in modo che il mio stomaco si riabituasse al cibo. Il
comandante informò via radio
Poi
mi fece qualche domanda sulle mie generalità. Quando seppe che ero diplomato al
Nautico credette che stavo trasferendo la barca. Spiegai che era di mia
proprietà.
Soccorso a pagamento. Dopo tre ore di navigazione arrivammo a Olbia e fui
convocato dalla Capitaneria di Porto. Il giovane ufficiale che mi interrogò fu
gentile ma una sua frase mi raggelò il sangue. <<I suoi soccorritori –
disse – possono appropriarsi della sua barca, dalla chiglia alla
formaggetta>>. Venni riportato alla realtà perchè fino ad allora avevi
preso la cosa dal lato romantico. Infatti non avevo considerato che tutto
l'equipaggio che aveva partecipato al soccorso aveva diritto, in base al codice
della navigazione, a una parte dei proventi calcolati sul valore della barca.
Fu informato anche l'armatore della nave e dopo un tira e molla negli uffici
del loro agente marittimo, durato una mezza giornata, si venne a conclusione
che avrei dovuto pagare centomila lire. Non era una cifra esagerata ma neanche
poco. In quel momento non possedevo tale cifra e me la feci prestare. Sarebbe
stato anche bello, dopo il viaggio che avevo fatto, che mi avessero sequestrato
la barca!
Per
far ritorno a Sassari in treno mi feci prestare i quattrini da un marittimo
della nave soccorritrice, anche perchè la sua nave faceva scalo a Olbia ogni
settimana e prima che avessi riportato la barca a Porto Torres ci saremmo
rivisti.
A
casa trovai il putiferio: i miei genitori avevano appreso tutto dal mio ex
compagno di viaggio e ormai temevano il peggio. Ero dimagrito abbastanza ma mi
sentivo bene ed ero abbronzatissimo anche se di sole ne avevo preso poco.
Per
accontentare i miei genitori per trasferire la barca da Olbia partii in
compagnia di un amico. Anche in quella circostanza il tempo mi riservò qualche
sorpresa. Infatti nel tratto da Olbia a Santa Teresa di Gallura ne capitarono
di tutti i colori: acquazzoni e continui colpi di vento, tanto che arrivati a
Santa Teresa fui costretto a lasciare lì la barca una decina di giorni.
Tuttavia ciò mi consentì di fare le ultime miglia da solo.
Fu
allora che iniziai a sognare.
PIETRO
FRESI |
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