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MISSIONE: VELA IN SOLITARIO

BOLINA – febbraio 2004

 

Iniziata casualmente a causa dello sbarco del compagno di viaggio, di navigazione da soli è diventata un'autentica passione

 

MISSIONE: VELA IN SOLITARIO

 

Pietro Fresi, 59 anni, nativo di Sedini (Sassari), è un grande appassionato di discipline nautiche. Diplomato al Nautico è istruttore in una propria scuola di vela, Zenit, di Porto Torres, dove vive. Nel 1997 attraversò in solitario l'Atlantico su “American Express”, un Mini 6,50. fu la sua prima navigazione oceanica che compì fuori regata, seppure in concomitanza con i concorrenti della Mini Transat. L'altra sua impresa è del 2003, quando nel mese di marzo lasciò Porto Torres in solitario su uno scafo in acciaio di undici metri, “Autoprestige”, con un originario quanto semplice programma: attraversare l'Atlantico, doppiare una boa al largo dell'isola di Barbados e fare ritorno a Porto Torres. Senza scalo. Fresi, che appartiene alla categoria di marinai che prediligono l'altomare agli scali, racconta in questo articolo la sua prima navigazione. Avvenne nel 1971 quando acquistò la sua prima barca, un Corsaire di 5,50 metri, e senza motore la trasferì da Pisa alla sua isola, la Sardegna.

 

NELLA PRIMAVERA DEL 1971 avevo acquistato per circa 700.000 lire, a Marina di Pisa, un Corsaire, privo di motore. Per fare la traversata verso Porto Torres avevo convinto un amico ad accompagnarmi.

Sono diplomato al Nautico e avrei desiderato navigare. Ma per una leggera miopia ciò non fu possibile. Ce l'avevo con lo Stato Italiano per le sue leggi, proprio perchè queste no mi avevano consentito di esaudire la mia più grande aspirazione. Queste cose mi rodevano il cervello e quando raggranellai la cifra per acquistare l'imbarcazione lasciai anche il lavoro.

Non vedevo l'ora di solcare i mari. In quei tempi non era comune fare traversate dal Continente alla Sardegna con una piccola barca a vela per di più priva di motore.

Comunque, convinto l'amico Lievo, partimmo dall'Arno in una bella mattina di sole. Come strumentazione avevo una piccola bussola acquistata al mercatino di Livorno e un binocolo rimediato sempre in quel bazar; avevo un Portolano, le carte nautiche della costa Tirrenica, dell'Isola d'Elba e la parte Est della Corsica, nonchè quella del Nord Sardegna e il dettaglio delle Bocche di Bonifacio.

Come prima tappa ci fermammo a Castiglioncello; ricordo che eravamo davanti alla spiaggia di quel luogo fermi in mancanza di vento, e che ci venne incontro un signore con un barchino a remi. Ci disse che faceva parte di un circolo nautico e che potevamo pernottare al loro pontile. Il giorno dopo ci dirigemmo a sud navigando sotto costa.

Alla sera ci fermammo nella baia di Baratti, all'ancora. Un signore ci diede un passaggio a terra con un barchino, quindi andammo in un ristorante proprio a ridosso della baia. Ci trattavano molto bene.

La mattina dopo tracciai la rotta su Marciana Marina dove arrivammo senza errore. Ormeggiammo sotto la torre. Il giorno dopo decidemmo di fare la traversata per la Corsica, la giornata era molto grigia e la visibilità scarsa. Ricordo di aver tracciato la rotta su Bastia ma che quando all'imbrunire iniziò a vedersi la costa si levò un libeccio abbastanza forte che non mi permise di seguire quella rotta.

Scalo a Marcinaggio. Una volta raggiunta la costa il mio compagno manifestò l'intenzione di fermarsi in un punto qualsiasi, cosa per me impensabile. Ma dando uno sguardo alla carta nautica notai che più a nord di Bastia, a 15 miglia circa, c'era un altro porto: Marcinaggio. Dato che nel frattempo il vento e il mare erano aumentati notevolmente, oltre al buoi della notte che era sopraggiunto, decisi subito di accostare.

Il vento accompagnato da forti raffiche ci colpiva al traverso e durante il rollio il boma sfiorava l'acqua. Dopo alcune ore di tormentata navigazione, non solo dovuta alla situazione meteo ma anche al buio pesto della notte che non ci permetteva di seguire i contorni della costa col pericolo di finirci sopra, intravvidi un fanale rosso che sapevo dover lasciare a sinistra. Modificai la rotta per entrare in porto ma il forte vento di prua con le luci del paese che facevano da sfondo creando un unico bagliore, mi convinse a non andare oltre quella direzione. Solo con l'ausilio di un buon motore ci si poteva avventurare. Poichè la baia era abbastanza e con fondali di sabbia, decisi di dirigermi perpendicolarmente alla cosa per poi dare fondo all'ancora. Così feci, ma il tutto fu eseguito a intuito per via del buio. All'improvviso mi resi conto che la chiglia toccava il fondo. Con l'amico decisi di portarci più in mezzo alla baia con i remi; non vedevo altra soluzione. Ci fu una discussione e per quanto mi sforzassi di fare capire le mie intenzioni, costui non si scomodò. Ormai era salvo, pensai, e nella peggiore delle ipotesi si sarebbe fatto un bagno. Capii che ero rimasto solo e che al mio compagno non gli sarebbe importato granchè se la barca fosse andata a fondo. Se ne stesse in cuccetta senz'altro sveglio e pronto al peggio, mentre io per tutta la notte non feci altro che seguire istante per istante la situazione. Sentivo che la chiglia batteva sul fondo. Era una sofferenza sia per me che per la barca e il pericolo di perderla era un fatto reale. Non chiusi occhio per tutta la notte. Comunque la fortuna volle che l'ancora tenne bene e pensai che la chiglia non avesse subito troppi danni, dato il fondo sabbioso. Arrivò l'alba, il mare e il vento erano calati un pò. Con la luce del giorno potei rendermi conto che l'ingresso del porticciolo era davvero stretto e che ciò che avevo deciso la sera prima era stata la soluzione migliore. Anche di giorno sarebbe stato difficile entrare con quelle condizioni di mare e di vento e la situazione attuale non permetteva di mettere vela, in quanto con i fondali già bassi sarebbe bastata una manovra sbagliata per finire sulla spiaggia. Decisi di attendere. Infatti non tardò molto che ci vide un operaio di draga che si trovava all'interno del porto. Non passarono dieci minuti che dal porto uscì una bella barca azzurra condotta da un giovane pescatore. Si avvicinò con cautela e quando fu a circa 20 metri da noi ci lanciò una cima. Ci vollero due tentativi di aggancio, dopo i quali fummo rimorchiati al sicuro di fianco alla banchina nuova.

Rassettammo la barca, alla quale mi sentivo sempre più affezionato. La notte avevo sofferto, ora me la sentivo sotto i piedi più solida che mai. Non mi aveva tradito, aveva superato la prova del mare e così mi congratulai anche con me stesso. Avevo preso una decisione da vero esperto e tutto ciò che la tecnica marinaresca richiedeva era stato applicato. Dormii per tutta la mattina. Verso le 13,00 col mio compagno scendemmo a terra. Incontrammo un gruppo di uomini con i quali chiacchierammo un pò. Rimasero alquanto impressionati per la nostra avventura e davano ogni tanto uno sguardo alla barca che da lontano appariva ancora più piccola. Parlavano del Continente italiano come una terra lontana e dicevano nel loro dialetto che avevamo avuto coraggio.

Ci congedammo da costoro per recarci in un bar a comprare delle sigarette. I soldi stavano iniziando a scarseggiare e non sapevo cosa avremmo fatto se il bruto tempo fosse perdurato a lungo. Il padrone del bar era di origine toscana e possedeva anche la trattoria vicina. Ci invitò ad andare a mangiare, dicendo che ci avrebbe fatto un bel piatto di zuppa di pesce. Era un uomo sui settant'anni. Dal suo modo di parlare quasi paterno credetti che ci stesse invitando a pranzo. Anche se i soldi stavano mancando non resistemmo a quelle lusinghe ed entrammo nel locale. Fummo serviti e mangiammo bene. Non fummo così contenti per il conto che fu alquanto salato e che contribuì a far diminuire le nostre casse di bordo.

Nel pomeriggio ebbi una discussione con il mio compagno di barca, il quale criticò il mio operato della sera precedente. Cercai di spiegargli quali erano state le mie intenzioni, ma pur usando tutta la mia pazienza non riuscii a convincerlo. Dopo quella esperienza cominciavo a capire che un viaggio per mare, seppure breve e su una piccola barca, può compromettere la stima reciproca tra due amici. Credo che la causa sia da imputarsi alle abitudini quotidiane di ciascuno, con l'aggiunta che a bordo si è costretti a vivere a tu per tu, a dividere pochi metri quadrati di spazio.

Solo in barca. Non mancò molto che il mio compagno cominciò a manifestare ciò che avevo intuito, ossia il proposito di abbandonare il viaggio. Il giorno dopo Lievo decise di lasciare la barca. Ci salutammo e mi raccomandai affinchè si interessasse per farmi spedire dei soldi dai miei familiari.

Non mi persi d'animo. Non avevo mai governato una barca da solo e quella sarebbe stata per me un'occasione per diventare un buon marinaio. Sarei stato finalmente il padrone delle mie azioni e nessuno avrebbe criticato il mio modo di condurre la barca.

Non mi preoccupava tanto navigare in solitario quanto la mancanza di denaro, anche perchè il tempo brutto non accennava a migliorare. Da quel momento iniziai a diminuire notevolmente la mia razione quotidiana di cibo. Mangiavo pochissimo, solo un pò di frutta durante il giorno e una compressa di vitamina C alla sera. Mi era rimasta qualche scatoletta di sardine e un barattolo di marmellata. Ero proprio messo male. Intanto arrivò la prima domenica dopo una settimana che ero in viaggio. Quel giorno il vento aumentò ancora d'intensità e fui costretto a cambiare ormeggio con l'aiuto di una motobarca.

Mi trovavo a ridosso della draga che quel giorno non avrebbe operato e stavo veramente bene. Anche se mangiavo poco non sentivo il disagio: cercavo di sprecare poche energie e per passare il tempo andavo spesso al bar a chiacchierare con il proprietario.

Intanto il tempo era sempre pessimo, i bollettini informavano che l'Italia era interessata da un'area ciclonica con venti fortissimi di Sud-Est e mare otto. I giorni passavano nell'attesa dei soldi, ma niente. Dato che il tempo iniziò a migliorare pensai di partire diretto a Bastia. Avevo trascorso più di una settimana a Macinaggio. Il tempo era magnifico ma privo di vento: se avessi avuto un benedetto motore, pensai. La costa alta e ricca di vegetazione era stupenda. I monti di più di mille metri creavano uno scenario meraviglioso. Ogni tanto le vele si afflosciavano e ciò mi innervosiva. Qualche miglio prima di Capo Sagro incrociai una barca da diporto che spinta da un motorino fuoribordo navigava molto vicino alla costa diretta a Nord. Ci salutammo agitando la mano. Dopo Capo Sagro cominciai a intravedere Bastia ma il vento era calato. Ero da una decina di ore in mare e avevo compiuto appena dieci miglia.

Incontro con i delfini. Fu verso le 17,00 che sentii vicino alla barca uno strano muggito simile al respiro di una persona. Guardai davanti alla prua e vidi un grosso delfino che veniva verso di me. Dietro ne vidi altri che saltavano dolcemente. Mi passarono a una decina di metri disposti a circolo, erano tanti e ben presto scomparvero a Nord. I delfini mi avevano offerto uno spettacolo che tutt'ora ricordo con piacere. Pian piano arrivai davanti al porto di Bastia. Era calato da poco il sole. Armai i remi e con un pò di buona volontà riuscii a entrare. Ormeggia nel porto vecchio sotto un grande riflettore.

Mentre manovravo ruppi gli occhiali da vista che avevo posato distrattamente sulla tuga. Pazienza, pensai, in seguito mi sarei aiutato con il binocolo, anche se era seccante non distinguere bene la costa se non con l'uso del binocolo. La mattina mentre facevo pulizie a bordo, trovai sotto il pagliolo una decina di franchi. Scesi a terra e acquistai al mercato un pò di frutta, un filone di pane, biscotti e caramelle. Nel pomeriggio conobbi un gruppo di ragazzi che studiava alla scuola marinara e che avevano le barche dell'Istituto vicino alla mia. Mi chiesero un sacco di cose e anche loro speravano un giorno di comprare una barca. L'indomani decisi di raggiungere di raggiungere Marina di Prunette (Campoloro) distante 25 miglia. I ragazzi della scuola marinara mi avevano detto che lì stava nascendo un grande porto. Salpai quindi alle 07,00. fuori dal porto, a un miglio dalla costa, incrociai una nave della Tirrenia, ma da bordo non si accorsero di me. La mia bandierina italiana sull'asta di poppa doveva essere troppo piccola per distinguerla da una certa distanza. Al contrario della precedente tappa questa volta decisi di allontanarmi di qualche miglio dalla costa con la speranza di incappare in venti migliori.

Per due ore cercai di sfruttare ogni bava di vento ma fino alle 09,00 i risultati furono deprimenti. Bastia rimaneva sempre al traverso. Verso le dieci giudicai di essere sufficientemente al largo per dirigere verso Sud. Una leggera brezza spirava da Est e sembrava destinata ad aumentare.

Viaggiavo a circa quattro nodi con mare leggermente mosso e vanto abbastanza teso, ma non troppo da rendere impegnativo il governo della barca. Non potevo comunque abbandonare la barra. La barca era troppo leggera e non me lo permetteva. Quando ero costretto a farlo, perchè volevo prendere qualcosa all'interno, mi trasformavo in uno scoiattolo tanto ero veloce. In seguito imparai ad avere tutto sotto mano nel pozzetto: la carta nautica della zona, il binocolo, la radio, il compasso, l'acqua e qualche cibaria. Ci sarebbe stata anche la soluzione della cappa, cioè fiocco a collo, randa leggermente bordata sul piano longitudinale e barra sottovento, cosa che ebbi modo di provare in seguito e che funzionò a dovere. Ma per il momento non potevo eseguire ogni volta quella operazione. Preferivo rimanere di continuo al timone approfittando del vento buono e macinare miglia. Era una navigazione splendida, cantavo delle canzonette che inventavo lì per lì, ero spensierato anche se tante cose non andavano per il verso giusto. Mi meravigliava una cosa in particolare: mangiavo pochissimo ma mi sentivo fisicamente bene. La costa era monotona e bassa. Solo all'altezza del porticciolo risaliva, così non mi fu difficile individuare il porto. Il frangiflutti visto dal mare era molto basso e i massi davano l'impressione ingannevole di posarsi direttamente sulla spiaggia. Entrai a vela nell'imboccatura. Temevo che il fondale in qualche punto fosse basso, non vedevo neanche una barca, solo una grossa draga.

Notai dopo un pò un signore venire verso di me e a voce alta, in inglese, disse che potevo ormeggiare dove desideravo. Vidi una specie di box sulla dritta e, non potendoci entrare direttamente a vela perchè il vento non era abbastanza teso, diedi fondo l'ancora e ammainai il fiocco e la randa.

Mollai tutta la cime dell'ancora e con i remi entrai di poppa nel box. Il signore mi aiutò a ormeggiare e mi chiese da dove venissi. Appresi che ero il primo a entrare in quel porto che sarebbe entrato ufficialmente in funzione a giorni.

Il mattino del giorno dopo incontrai diversi sardi che lavoravano in Corsica. Quella sera mangiai un paio di arance e un pezzo di pane. Pensai che quello che mi stava mantenendo in piedi era la compressa di vitamina C che prendevo ogni sera, ma ormai pure queste erano alla fine. Prima di sdraiarmi in cuccetta diedi uno sguardo alla carta per la tappa successiva. Il luogo più vicino dove c'era possibilità di ormeggio era Solenzara, alla foce del fiume omonimo. Il portolano lo descriveva come un rifugio di fortuna e diceva che era uno scalo difficoltoso.

Solenzara distava da Campoloro circa 35 miglia, Porto Vecchio era a 55, ma anche quest'ultimo porto non era facile da raggiungere a vela soprattutto se fossi arrivato di notte. Infatti Porto Vecchio si addentra per 5 miglia dentro un'insenatura. Dopo aver ascoltato un pò di musica mi addormentai. Mi coricavo di solito vestito, usavo due coperte, una la mettevo sotto e l'altra sopra. Non ho mai sofferto il freddo e dormivo davvero di un sonno profondo. Il mattino di buon'ora mollai gli ormeggi, uscii dal porto a remi. Il vento non si era ancora levato. Mi allontanai di qualche miglio dalla costa, in cerca di venti favorevoli. Dovevo darmi da fare se volevo raggiungere Solenzara di giorno, altrimenti sarei stato costretto a trascorrere la notte in mare. Passarono le prime tre ore ma di vento neanche l'ombra. Procedevo a una velocità inferiore ai due nodi e ciò mi innervosiva. Stavo sempre all'erta. Verso le ore 11,00 ero al traverso del faro di Alistro. Nelle prime ore del pomeriggio il vento sembrò aumentare ma non la velocità della barca. Il fiocco si era rilevato troppo piccolo per i venti leggeri. Ci sarebbe voluto un genoa. Ero scarsamente equipaggiato e già pensavo che per le navigazioni future non mi sarei mai mosso senza un piccolo motore, e l'attrezzatura velica più idonea.

Freddo, fatica, sonno... Quella navigazione l'avevo voluta io e ora mi trovavo di fronte alla realtà. Nel mio piccolo viaggio provavo tutto ciò che vive un navigatore. Per prima cosa la solitudine. Oltre alla solitudine provavo tutti i disagi che la vita a bordo di una piccola barca comporta: fatica, freddo, sonno. Queste considerazioni le facevo soprattutto nelle navigazioni lente, ma quando c'era vento pensavo solo a governare la barca e a sfruttare al meglio la situazione. Verso le 16,00 vidi arrivare da Sud una nuvolaglia scura. Poco dopo arrivò un'acquazzone con i fiocchi. La costa abbastanza vicina ben presto scomparve, come se fosse notte. Insieme all'acqua venne anche il vento e quando fui costretto a uscire allo scoperto perchè le vele sbattevano e rischiavo di traversarmi, mi infradiciai completamente. Il vento veniva da ponente con leggera tendenza da maestro.

Nel frattempo avevo indossato abiti asciutti e legai alla barra un'asta di legno per governare dall'interno. Il vento dopo un pò aumentò e si stabilì da Nord-Ovest. Intanto giunse la notte e non pensai minimamente di avvicinarmi a terra in cerca di Solenzara. Non mi rimaneva che proseguire. Il piovasco non era cessato del tutto ma governare dall'interno era diventato sempre più snervante, per cui legai la barra al centro con una cima, facendo in modo che avesse un certo gioco, e mi rifugiai in cabina sperando che la barca se la cavasse da sola. Mentre ascoltavo la radio mi resi conto che la randa non andava. La sentivo sbattere sulle sartie e ancora una volta dovetti uscire a controllare la situazione. Il vento era aumentato considerevolmente e con questo il moto ondoso. Scoprii che la scotta della randa si era sfilata dal bozzello del boma. Con un pò di fatica riuscii a rimetterla a posto, dopo presi un'altra mano di terzaroli , nuovamente bagnato da capo a piedi, rientrai in cabina. La barca era invasa dall'acqua. Ogni tanto mettevo la testa fuori per dare un'occhiata alla bussola e intorno alla barca in modo che se nelle vicinanze ci fosse stata qualche nave avrei potuto segnalare la mia presenza per mezzo delle due torce che avevo a bordo.

Il timone lavorava da solo ma mi rendevo conto che non stavamo andando a Sud ma quasi a Sud-Est con mure a dritta e pensavo che con quel vento abbastanza sostenuto dopo qualche ora di navigazione mi sarei trovato un pò troppo lontano dalla costa.

Mi era rimasta qualche caramella, un paio di compresse di vitamina C, un barattolo di marmellata dallo strano colore e sapore, un pezzo di pane duro. Avevo anche una bottiglia di essenza di limone che mischiata all'acqua formava una buona bevanda. Ogni volta che la bevevo mi sentivo risollevato. Pensavo alla strana situazione in cui mi trovavo.

Se lo avessi desiderato tutto sarebbe finito lì, bastava far scalo da qualche parte e raccontare la propria situazione per ricevere aiuto. Mi rendevo conto che in fin dei conti la mia avventura di mare paragonata a quella dei navigatori oceanici era meschina, mi sentivo ridicolo perchè tutto quello che mi stava succedendo si svolgeva a venti miglia dalla costa, ma mi divertivo e vivevo come in un sogno.

Riuscivo di tanto in tanto ad appisolarmi ma mi rendevo conto che un occhio era sempre vigile. Pericolo di finire sotto costa non c'era ma la mancanza di un minimo di strumentazione mi costringeva a fare una navigazione grossolana. Mi sarebbe bastato un contamiglia. Quando iniziò ad albeggiare, guardando verso Ovest non s'intravedeva terra. Il mare era agitato e il vento veniva sempre da Nord-Ovest. Attesi che sorgesse il sole per potermi scaldare e asciugare gli abiti. Cambiai rotta per dirigermi verso Sud. Giudicai di essere a circa trenta miglia dalla costa. Mi misi al timone deciso ad arrivare al più presto a terra. Verso le ore 09,00 notai che da Sud arrivavano veloci dei cirri e sembrava che il tempo peggiorasse ulteriormente. Il cavo delle onde divenne presto più ripido e il vento saltò a Sud-Est rinforzando. Sostituii il fiocco medio con il più piccolo. Le raffiche si susseguivano una dopo l'altra. Dovevo essere concentrato al massimo per non traversarmi. Quando ero sulla cresta dell'onda cercavo di restarci il più possibile e spesso riuscivo a planare, per poi venire alla poggia quando scendevo nel cavo. La barca si comportava benone e io cercavo di stringere i  denti. Alle ore 13,00 erano già sette ore che stavo navigando verso terra ma di questa neanche l'ombra. Stimai che l'intensità del mare era 5 ed era un susseguirsi di un cirro sulla testa. Ormai i cirri erano i miei campanelli d'allarme e dentro di me pregavo che il mare non peggiorasse ulteriormente. Avevo già trascorso un giorno e una notte di navigazione, senza dormire e quasi senza mangiare. Iniziai a scorgere la terra verso le 15,30. il mio vitto giornaliero ormai consisteva in un pò di sciroppo di limone con acqua che bevevo una volta al mattino e uno alla sera. Avevo sempre il barattolo di marmellata, ma non riuscivo ad ingoiarne neanche un pò. Forse mi sarebbe servita in caso di estrema necessità. Infatti mi guardai bene dal buttarla. Intanto arrivarono le ore 14,00 e niente terra in vista. I mare doveva aver raggiunto il massimo della forza, credo tra il 5 e il  6 della scala Beaufort. A un certo punto mi si annebbiò la vista e credetti di svenire. Ma mi scossi subito e tenni duro. Sarebbe stata la fine per me e la mia barchetta. Per qualche ora cercai di dirigermi perpendicolarmente alla costa, poi verso Sud dove avevo avvistato a cinque o sei miglia una larga insenatura con qualche abitazione. Il mare a poche miglia dalla costa non era duro come al largo e il vento arrivava da terra smorzato d'intensità. Ben presto assistetti a una scena mai vista. Aerei militai a forma altamente aerodinamica spuntavano dal cuore di un bosco, proprio di fronte a dove stavo dirigendomi. Volavano ad altissima velocità in direzione Sud e dopo essere scomparsi ricomparivano nel giro di nemmeno un minuto per tornare dietro quel mucchio di alberi. Il rumore era assordante, mi sembrava di assistere a un film.

Consultai il portolano e venni a sapere che in  quel tratto di mare, da un paio di miglia Sud di Solenzara fino alle isole Cerbicales, di fronte a Porto Vecchio, la navigazione era interdetta perchè zona riservata alle esercitazioni militari francesi. Non avevo sentito alla radio nessun avviso ai naviganti riguardo a esercitazioni e speravo proprio che quel giorno non ci fosse niente del genere. Temevo di essere scambiato per una spia ed essere denunciato. Ormai non mi rimaneva che proseguire in quella direzione fino alla larga baia dove diedi fondo in tre metri d'acqua. Intanto, anche se il vento era sceso considerevolmente, il mare era ancora agitato. Appena entrai in cabina avvertii il mal di mare e dovetti stendermi per mezz'ora. Dopo sgottai l'acqua che c'era sotto il pagliolo, quindi mi preparai un buon bicchiere di sciroppo al limone, buttai giù l'ultima compressa di vitamina C e un pezzo di pane che masticai con un certo sforzo in quanto era amaro. Ero molto stanco e mi addormentai come un sasso. Scoprii in seguito che quella dove ero ormeggiato era la baia di Favone, a 10 miglia da Porto Vecchio. La mattina dopo il tempo era splendido ma ciò poteva voler dire anche assenza di vento. Tirai su le vele e ripresi la mia navigazione verso Sud. Il giorno prima un colpo di mare mi aveva portato via l'asta della bandiera italiana che era a poppa.

La mia intenzione era di raggiungere Santa Teresa di Gallura distante 33 miglia con traversata delle Bocche di Bonifacio. Fisicamente non mi sentivo tanto giù ma sognavo di mangiare un bel panino con la mortadella. Con le 1.200 lire che mi erano rimaste ne avrei potuti acquistare almeno cinque. Tutto stava nel superare la notte successiva. Quando fui al traverso dell'isola Roscana nel Golfo di Pinarello erano circa le 16,00.

Avevo percorso appena sette miglia e cominciavo a sentirmi nervoso, perchè pensavo che con un motorino ausiliario sarei già approdato in Sardegna. Mi tranquillizzai un pò solo quando arrivai davanti il golfo di Porto Vecchio. Ormai stava calando la notte e il faro del porto iniziò a lampeggiare. Accostai circa 25 gradi a sinistra, in modo da allontanarmi dalla costa e lasciarmi le Cerbicales a dritta. Il vento spirò ben presto da Nord-Ovest con intensità moderata e il mare formò le prime creste. Ero a circa venti miglia dalle Bocche di Bonifacio.

Abbattere l'albero. Verso le ore 22,00 sostituii il fiocco medio con il piccolo e presi una mano di terzaroli. Il vento era rinforzato e andavo a quattro nodi abbondanti. A bordo regnava il caos, sia nel pozzetto che all'interno. La barca a momenti riusciva a governarsi da sola. Per tre ora mi fece compagnia il faro di Punta Chiappa. Nel frattempo il vento e il mare si smorzarono. Dopo aver sciolto i matafioni alla randa e mentre mi accingevo a tirala  su, la drizza si sfilò e fini in testa d'albero. Mi resi conto che ero in un brutto guaio e senza perdere tempo mi arrampicai non senza fatica sull'albero. L'umidità lo rendeva viscido, riuscii a mantenermi alle crocette e ad afferrare la parte della drizza che penzolava. Cercai con tutte le forze di tirarla giù ma invano: probabilmente era saltata giù dalla gola della puleggia. Sfilai allora la randa e la buttai in cabina. Cercai di servirmi del fiocco medio a mò di randa mentre a prua lascia il fiocco piccolo. Riuscivo a tenere la prua sui 180-190 gradi e con un pò di fortuna sarei finito a Olbia. Vidi a un certo punto le luci di un faro, credo di Lavezzi. La notte era buia e temevo di andare a finire su qualche scoglio dell'arcipelago, per cui mi accovacciai a prua pronto a scattare al minimo pericolo.

Arrivò l'alba, con un bel sole e mare calmo. Il vento era a regime di brezza proveniente da terra e reputai che durante la notte una corrente aveva contribuito ad allontanarmi dalla costa. Presi la decisione di abbattere l'albero, il tempo era buono e con qualche ora avrei risolto tutto. La base dell'albero poggiava sulla tuga all'interno di una scassa d'acciaio attraversata da un perno. Mentre eseguivo l'operazione di mollare lo strallo di prua, apparve una piccola nave. Dirigeva su di me e quando fu a portata di voce mi chiesero se desideravo un aiuto. Mi trovavo in una zona a rischio e data la mia situazione precaria ritenni opportuno approfittare di quel soccorso. Lo feci soprattutto per i miei familiari che mi sapevano in mare e non avevano notizie da un bel pezzo. Una volta sistemato il cavo di rimorchio don l'aiuto di un marinaio fissai la barra del timone al centro e salii a bordo. Ebbi un'ottima assistenza, mi diedero vestiti asciutti e soprattutto da mangiare, cosa che feci con cautela in modo che il mio stomaco si riabituasse al cibo. Il comandante informò via radio la Capitaneria di Civitavecchia dell'accaduto e segnalò che “il naufrago stava bene”.

Poi mi fece qualche domanda sulle mie generalità. Quando seppe che ero diplomato al Nautico credette che stavo trasferendo la barca. Spiegai che era di mia proprietà.

Soccorso a pagamento. Dopo tre ore di navigazione arrivammo a Olbia e fui convocato dalla Capitaneria di Porto. Il giovane ufficiale che mi interrogò fu gentile ma una sua frase mi raggelò il sangue. <<I suoi soccorritori – disse – possono appropriarsi della sua barca, dalla chiglia alla formaggetta>>. Venni riportato alla realtà perchè fino ad allora avevi preso la cosa dal lato romantico. Infatti non avevo considerato che tutto l'equipaggio che aveva partecipato al soccorso aveva diritto, in base al codice della navigazione, a una parte dei proventi calcolati sul valore della barca. Fu informato anche l'armatore della nave e dopo un tira e molla negli uffici del loro agente marittimo, durato una mezza giornata, si venne a conclusione che avrei dovuto pagare centomila lire. Non era una cifra esagerata ma neanche poco. In quel momento non possedevo tale cifra e me la feci prestare. Sarebbe stato anche bello, dopo il viaggio che avevo fatto, che mi avessero sequestrato la barca!

Per far ritorno a Sassari in treno mi feci prestare i quattrini da un marittimo della nave soccorritrice, anche perchè la sua nave faceva scalo a Olbia ogni settimana e prima che avessi riportato la barca a Porto Torres ci saremmo rivisti.

A casa trovai il putiferio: i miei genitori avevano appreso tutto dal mio ex compagno di viaggio e ormai temevano il peggio. Ero dimagrito abbastanza ma mi sentivo bene ed ero abbronzatissimo anche se di sole ne avevo preso poco.

Per accontentare i miei genitori per trasferire la barca da Olbia partii in compagnia di un amico. Anche in quella circostanza il tempo mi riservò qualche sorpresa. Infatti nel tratto da Olbia a Santa Teresa di Gallura ne capitarono di tutti i colori: acquazzoni e continui colpi di vento, tanto che arrivati a Santa Teresa fui costretto a lasciare lì la barca una decina di giorni. Tuttavia ciò mi consentì di fare le ultime miglia da solo.

Fu allora che iniziai a sognare.

PIETRO FRESI

 
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