20 Marzo 2009 E-mail
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L'Impresa. Il giro del mondo a vela di Piero e Vittorio, padre e figlio sassaresi, tocca il mare più difficile.

I FRESI NEL CUORE DEL PACIFICO

ONITRON PREGUSTA CAPO HORN

Le onde aggressive del terzo oceano mettono a dura prova l'undici metri che solo a fine aprile tornerà nell'Atlantico

 

Nei giorni in cui gli otto equipaggi della Volvo Ocean Race doppiano Capo Horn e rinascono dopo umori difficili, sconvolti da una bassa pressione che ha spinto i venti fino a raffiche di quasi 60 nodi (120 km/h), c'è una barchetta minuta e solitaria che a Capo Horn ci pensa ancora da lontano. In mare da sei mesi e una manciata di giorni, Piero e Vittorio Fresi, stando alla tabella di marcia, sotto quella punta estrema dell'America latina avrebbero già dovuto esserci. Ma le bonacce snervanti e prolungate incontrate fra Tasmania e Nuova Zelanda hanno contribuito al ritardo. E al capo arriveranno solo a fine aprile. Il ritorno verso casa è però cominciato. Lo dice il mappamondo quando si mette il dito sopra il reticolato geografico e si supera, come hanno fatto i due naviganti sassaresi lo scorso 11 marzo, l'antimeridiano di Greenwich. L'entrata nel cuore dell'oceano Pacifico s'è fatta sentire. A bordo degli undici metri dell'Onitron, padre e figlio hanno saputo affrontare, non appena superato il ridosso della Nuova Zelanda, il carattere duro e poco rassicurante di questo immenso continente fatto di acqua salata. In un attimo catapultati fra onde che loro stessi, dal loro sito web, non esitano a definire aggressive, il breve equipaggio dell'imbarcazione sassarese è entrata nei giorni scorsi in una depressione violenta, con onde che hanno raggiunto e superato gli otto metri di altezza. Impressionanti ai loro occhi, ma anche per chi segue le vicende sul www.girodelmondofresi.com con le immagini e i diari di bordo costantemente aggiornati. La prima avvisaglia è arrivata a spese di Piero che, sdraiato nella cuccetta di sopravvento è stato sbalzato sul parquet a causa di un'onda che ha in parte coricato la barca. Niente di rotto, ma il segnale non prometteva niente di buono. Con un vento che per ore ha soffiato intorno ai 45 nodi con punte fino ai 55, l'Onitron ha viaggiato per diversi giorni armata di tormentina, un fazzoletto di vela a prua, volando su un mare imbufalito. Così racconta Vittorio il 15 marzo:«Subito nel clima di quest'oceano. L'onda è più aggressiva che nell'Indiano. Sembra veramente che voglia aggredirti da tutti i lati e il panorama è in generale più desolato e selvaggio».

E vengono in mente le immagini del vecchio marinaio di Coleridge: ”Ed ecco che sopraggiunse la burrasca, e fu tirannica e forte. Ci colpì con le sue irresistibili ali, e, insistente, ci cacciò verso sud”. Ma se una distesa immensa d'acqua potrebbe sembrare un paesaggio uguale a tutte le latitudini, ciò che stupisce i due naviganti sull'Onitron è invece la differenza di desolazione e inospitalità, quella cruda visione di mondo quasi primitivo per quanto poco solcato dall'immaginazione umana. E si capisce come Pacifico più che nome diventi preghiera.

 

Roberta Pietrasanta

 
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