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This item is not available in englishPacifico: il naufragio dell’Onitron I Autoprestige ma i Fresi ce la fanno
Piero e Vittorio Fresi a bordo dell'Onitron I La pancia della petroliera Hellespont Trooper battente bandiera delle isola Marshall sta scivolando sull’oceano Pacifico con due nuovi passeggeri. Li ha raccolti dalle onde martedì scorso. Piero e Vittorio Fresi, 64 e 34 anni, padre e figlio, sono di Sassari e stavano facendo un giro del mondo a vela senza scalo. Un’onda alta e frangente li ha però rovesciati domenica 5 aprile spezzando l’albero maestro della loro piccola imbarcazione e lasciandoli naufraghi. Per tre giorni hanno atteso che qualcuno arrivasse a recuperarli. Ma proprio nel momento del soccorso i due hanno seriamente rischiato di non farcela. Piero cade in acqua e la barca va distrutta. La nave corsa in loro aiuto (si trovava a 600 miglia di distanza al momento del mayday) è la stessa che adesso se li porta verso le coste dell’Argentina. La pancia della petroliera Hellespont Trooper battente bandiera delle isola Marshall sta scivolando sull’oceano Pacifico con due nuovi passeggeri. Li ha raccolti dalle onde martedì scorso. Piero e Vittorio Fresi, 64 e 34 anni, padre e figlio, sono di Sassari e stavano facendo un giro del mondo a vela senza scalo. Un’onda alta e frangente li ha però rovesciati domenica 5 aprile spezzando l’albero maestro della loro piccola imbarcazione e lasciandoli naufraghi. Per tre giorni hanno atteso che qualcuno arrivasse a recuperarli. Ma proprio nel momento del soccorso i due hanno seriamente rischiato di non farcela. Piero cade in acqua e la barca va distrutta. La nave corsa in loro aiuto (si trovava a 600 miglia di distanza al momento del mayday) è la stessa che adesso se li porta verso le coste dell’Argentina. Il contatore del viaggio, sul sito girodelmondofresi.com si è fermato a 213 giorni 13 ore 45 minuti. Vederlo non scorrere più fa una strana sensazione, di feste passate, di residenti trasferiti altrove. Sulla scia dei due navigatori centinaia di persone che fedelmente li seguivano via web sapevano di avere qualcosa da controllare in mezzo ai mari del mondo ogni giorno. Anche in mezzo agli oceani più spaventosi. Antonio Fresi, fratello di Vittorio e figlio di Piero, continua attraverso il sito a dare informazioni a tutti, anche dopo che il viaggio sull’Onitron si è fermato. Anche mentre si attendevano i soccorsi e una volta arrivati nessuno poteva immaginare che il recupero sarebbe stato così difficile e rischioso. IL NAUFRAGIO. Gli ultimi tre giorni a bordo dello sloop di 11 metri sono stati lunghi e tesi. Alle 18.40 ora italiana (11 ore avanti rispetto al fuso locale) del 5 aprile quando al centro dell’oceano Pacifico soffiavano oltre 50 nodi di vento, arrivava il primo segnale di soccorso in Italia. Vittorio chiamava col satellitare Antonio per avvisarli che l’Onitron aveva scuffiato, cioè si era capovolta facendo un 360 e lasciando le teste di Piero e Vittorio per qualche secondo sottosopra. La barca interamente in acciaio si è raddrizzata in breve tornando nella posizione iniziale ma priva di albero, rollbar e antenna in coperta. In quelle condizioni non era più possibile navigare. Antonio si è precipitato alla capitaneria di Porto Torres per dare l’allarme. Da qui è partito il tam tam verso il comando generale della guardia costiera di Roma e quindi verso la capitaneria neozelandese. «Molti dicevano del rischio che si poteva correre doppiando Capo Horn - racconta Laura Zirulia, la compagna di Vittorio - ma in realtà il punto in cui l’Onitron ha avuto l’incidente era il peggiore in cui potesse succedere. Non erano mai stati così lontani da ogni costa». I due velisti si trovavano infatti a 2200 miglia dalla Nuova Zelanda e a 3000 miglia dal Cile. Un puntino nel cuore tempestoso del loro terzo oceano, quello che stavano affrontando con grande coraggio e devozione. IL GIRO DEL MONDO. Partiti il 7 settembre 2008 dal pontile della Cormorano Marina di Porto Torres, avevano compiuto fino a quel momento 210 giorni di navigazione praticamente senza scalo, se si fa eccezione per le due ore di sosta gasolio fatte molti mesi prima alle Canarie. In 25 giorni avrebbero raggiunto e superato Capo Horn per poi risalire verso casa rientrando in Atlantico. Ma il mare non promette nulla e chi ha esperienza, come questi due appassionati velisti (Piero fece per due volte la traversata in solitaria dalle coste africane alle Barbardos) ne è ben consapevole. UN SALVATAGGIO MIRACOLOSO . Dopo quasi 70 ore la Hellespont avvista l’Onitron, ma è notte e il comandante preferisce girare intorno alla barca disalberata fino al mattino piuttosto che tentare l’accostamento. La prima manovra avviene intorno alle 18 e rischia di finire male. Le due imbarcazioni si urtano con una certa violenza: Piero e Vittorio devono stringersi e tenersi fra loro per non finire in mare. Vittorio riesce ad avvisare dell’incidente Antonio col satellitare mentre grida: «Qui siamo spacciati». Il telefono poi però si bagna e da quel momento il contatto col resto del mondo s’interrompe. La tensione in casa Fresi sale. Antonio riesce a mettersi in contatto tramite un amico, Sean Cook, titolare della scuola inglese In lingua di Sassari, col RCCNZ, il centro di ricerca neozelandese che a sua volta è in contatto con la nave. Si crea un filo tra la postazione sassarese e la Hellespont. Solo due giorni dopo si capirà che qualcosa in quelle ore concitate stava andando male. In condizioni difficilissime il comandante della nave tenta un’altra ventina di accostamenti. Le due imbarcazioni si urtano così tante volte che sarà lo stesso Vittorio a spiegare, nelle ore successive: «l’Onitron si è ridotta a una sottiletta». Il comandante vuole lanciare delle cime perché Piero e Vittorio le leghino all’Onitron, ma i due non capiscono le intenzioni della petroliera, una nave di 274 metri con un’unica grande elica, non proprio un giocattolino. Le onde sono di 3 - 4 metri. Intorno alle 22 comincia l’ultima manovra. Ma Piero cade in mare. In mezzo alle onde del Pacifico hai forse una possibilità di salvarti, se la perdi finisce tutto. Piero ce la fa. Si aggrappa alla biscaglina della nave e lo tirano su. Solo alle 23 si capisce che entrambi sono stati tratti in salvo.
AL SICURO. I Fresi ce l’hanno fatta, anche se l’Onitron ci ha rimesso la vita per salvarli. RECORD ITALIANO. Diciottomila miglia consecutive in 213 giorni: «E’ il nuovo record italiano - dice Antonio - prima di loro c’era Ambrogio Fogar. Ciò che hanno fatto ha un grande valore». I due velisti estremi dovrebbero arrivare al porto di Caletta Cordova (nei pressi di Comodoro) in Patagonia per 21 o 22 aprile. Fino a quel giorno avranno da riposarsi un bel po’. |

